lunedì 23 febbraio 2009

Mali Wallai a Controvento su Radio Città Fujiko, 25 febbraio ore 21



Controvento ospiterà questo mercoledì 25 Mali Wallai!, il blog taccuino degli schizzi di un viaggio fino alle porte del Sahara, per raccontare con parole e suoni l'esperienza del Festival au Désert 2009 e le suggestioni di uno degli angoli di mondo più ricchi musicalmente.

Il Festival au Desert, sicuramente uno degli eventi musicali più remoti e azzardati che si conoscano, si svolge ogni anno tra le dune del deserto del Sahara, nei pressi dell'insediamento tuareg di Essakane, a circa 70 km a nord di Timboctu. Nasce dall'idea di istituzionalizzare in qualche modo l'incontro annuale delle varie comunità tuareg della regione alla fine della stagione nomade, aprendolo ad un pubblico internazionale. Giunto quest'anno alla sua nona edizione, ha già ospitato nel suo anfiteatro naturale nomi importanti della scena pop-rock internazionale, spintisi fino a qui per incontrare il gotha della musica maliana... dal blues del deserto di papà Ali farka Touré alle stratocaster ribelli dei fratelli Tinariwen.

Per arrivare o ripartire da Essakane è impossibile non rimanere ammaliati dalla varietà musicale che si sviluppa lungo il Mali, tra deserto, sahel e fiume Niger, specchio del melting pot di cultura e tradizione dei diversi gruppi etnici che ne compongono la popolazione. Questo breve ma intenso viaggio musicale ne proporrà alcune tracce, contaminazioni e prodotti urbani.


Playlist:

1. Ali Farkà Touré - Radio Mali
2.Tinariwen - Toumast
3.Tartit - live@ Festival au Désert 2009
4.Haira Harby - Amandiath
5.Afel Boucum feat. Abdallah Tinariwen - live@ FaD 2009
6.Vieux Farka Touré - Ma Hine Cocore
7.Kel Assouf - Tamiditine iyaw
8.Bastos Touré - Andounignan
9.L'orchestre National "A" du Mali - Janfa
10.Nahawa Doumbia - Niana
11.Neba Solo - Klema
12.Issa Bagayogo - Diarabi
13.Manjoul feat. Amadou & Miriam - Beki Miri (raggae version)
14.Tata Pound feat. Tiken Jah Fakoli - Delivrance
15.Desert Rebels - Yangogo-Iksenadou


Mercoledì 25 Febbraio dalle 21.00 alle 22.30 a Bologna sui 103.100 FM o in streaming su www.radiocittàfujiko.it

martedì 10 febbraio 2009

Madamoiselle cinq heures et demie

Pour un photographe, un vrai, Djenné est probablement un endroit à adorer, ou détester, tellement la lumière dans les différents moments de la journée fait changer l'atmosphère et avec elle toute l'image qu'on veut reproduire.
Moi, ce jour-là, je voulais capter la grande mosquée lorsqu'elle se revêt des premiers rayons du soleil au petit matin. La veille je demande donc à Chiara à quelle heure selon elle il faut mettre le réveil pour ne pas rater l'aube. "à cinq heures et demie!" et moi: "t'es sure??" et elle: " mais ouais" et moi " tu viendras avec moi?" ... ... " Mm.. non". "D'accord". Un vrai reporter ne doit compter que sur soi-même.

A cinq heures et demie le réveil sonne alors que j'étais un poisson capitaine pris dans une moustiquaire. A peine libéré, je me retrouve debout, appareil photo à la main. Sans allumer la lumière pour ne pas déranger, j'ouvre la porte pour sortir. Dehors, il fait aussi noir qu'à l'intérieur. Il y a juste un point lumineux qui me surprend. il vient du front d'un gamin qui se trouve à quelques mètres devant moi, avec sa torche de spéléologue. Je ferme la porte pour réfléchir. J'ai besoin d'un conseil. "il fait encore nuit"... ... "ah bon? essaie dans une heure alors...". "D'accord", mais je voulais pas devenir une brochette.

A six heures et demie, le ciel n'est plus noir mais d'un beau bleu foncé. le gamin est encore en train de jouer à l'explorateur devant la porte de la chambre (qui donne sur un patio), mais cette fois il y a aussi celui qui doit être son père, tête d'homme d'affaires arabe et gros ventre qui gargouille le manque d'un petit-déjeuner. Un serveur plié à 45 dégrés balaye le sable, bruit de chercheur d'or. Je décide alors de monter sur le toit en me disant que si je ne peux pas prendre de photos je pourrais au moins enregistrer le son d'une ville en banco qui se réveille, avec notre fidèle H4.

Sur une base compacte de cigales, les coqs s'appellent à l'ordre, l'âne du voisin en a marre de sa corde trop serrée, les moutons se demandent le chemin pour arriver au fleuve et le muezzine oublie de changer les piles de son haut-parleur.

En rentrant dans la chambre, l'aube donne l'espoir de bientôt se montrer. Il est presque huit heures et mademoiselle cinq heures et demie, un œil à moité ouvert, décide que le moment est venu de se lever pour venir jouer à la photographe avec moi.







lunedì 9 febbraio 2009

Djenné - Baber




Caro Arturo,

ti vorrei raccontare di un incontro che ho fatto in un posto molto strano dove sono capitato. Immagina che in questo posto tutto è costruito con il fango, case chiese (moschee piuttosto) e strade. Così che tutto ha lo stesso colore, solo i vestiti delle donne e i denti dei bambini si distinguono. Immagina anche che non ti sto parlando di un piccolo villaggio ma di una vera e propria città, con i suoi quartieri e le vie strette in cui ci si perde facilmente.
Mi ci sono ritrovato un giorno in cui c'era il mercato nella grande piazza centrale e carovane di carretti trainati dagli asini affluivano da tutte le strade, trasportando ogni tipo di oggetto e cose da mangiare. C'era una gran confusione di suoni e di colori e i tanti venditori agitavano le braccia e le teste come in un balletto inventato da loro.

Dopo aver osservato con stupore quel grande viavai come se fossimo al cinema tridimensionale, con Chiara abbiamo deciso di allontanarci da lì per andare ad esplorare altre parti della città, in cerca di un po' di calma. Ben presto, rimanendo con il naso all'insù a guardare la stana architettura degli edifici, per me così semplice ma così affascinante, ci siamo resi conto di aver perso l'orientamento. Schiacciati tra i muri di quel labirinto di stradine, sentivamo soli gli echi del mercato in lontananza. Fu allora che ci accorgemmo che un bambino, grande come te o poco più, ci stava seguendo in silenzio a qualche passo di distanza. Portava una scatola con dei piccoli oggetti da vendere ai turisti, soprattutto giochi costruiti riciclando lattine e ferro. La cosa ci stupì un po', visto che quasi sempre i bambini da queste parti quando incontrano dei bianchi gli si gettano addosso volendoli salutare, stringere loro le mani e chiedere qualcosa in regalo, una monetina, un bonbon o una penna. Lui no, non ci propose neanche di comprargli qualcosa, ci salutò sorridendo e avendo capito la nostra situazione disse: "je vous accompagne, je vous montre ma ville". Ci disse di chiamarsi Baber e così ci affidammo alla sua guida. Ci portò a vedere una casa dove si dipingono i tessuti e salimmo sul tetto per vedere il panorama; poi in una stanza buia dove alla luce di un piccolo fuoco due ragazzi costruivano delle collane ascoltando il rap; poi ancora andammo dove delle donne conservavano maschere statue e oggetti di bronzo molto vecchi... passammo anche davanti casa sua e vedemmo la madre lavare i panni e farci cenno con la mano. Dopo, un po' affaticati per il caldo, ci riposammo sulla sponda del fiume che circonda la città, mangiando bigné appena fritti e osservando la gente che arrivava dai villaggi circostanti, attraversando su barche di legno sospinte da lunghi pali. Baber ci rimase accanto per tutto il tempo, parlando poco ma sempre pronto a rispondere alle nostre domande. Gli chiedemmo cosa avrebbe voluto fare da grande e lui ovviamente ci disse la guida turistica. Quando gli chiedemmo però quanti anni aveva ci rispose che non lo sapeva, che bisognava chiederlo a sua mamma. Allora io pensai se era proprio vero, o se forse ci stava raccontando una piccola bugia. Come fanno a volte tutti i bambini, o no?

Quando ci riportò, alla fine della nostra lunga esplorazione, alla piazza del mercato da dove eravamo partiti, venne il momento di salutarci. Baber avrebbe dovuto cercare di vendere alcuni di quei giochi che si portava appresso, per riportare qualche soldo alla madre prima di sera. poi il giorno dopo, la scuola sarebbe reiniziata dopo le vacanze natalizie, e anche lui si doveva riposare un po'. Gli augurammo di essere un bravo scolaro così come era stato una brava guida con noi.

Quando si viaggia è così, tanto presto si fa amicizia e altrettanto in fretta ci si deve salutare, sperando di rivedersi anche se si sa che sarà difficile. Ma non importa, perché nel ricordo un incontro si può rivivere, regalandoci ancora delle piacevoli sensazioni. E' anche per questo che ti ho voluto raccontare di Baber.

E avrai capito adesso da dove arriva la moto di latta che ti ho riportato..




giovedì 5 febbraio 2009

risonanza magnetica - ginocchio sx




Io, al Festival au Désert, ci ho lasciato il menisco. Una foto fu galeotta, un autoscatto in velocità che voleva riprenderci tra i sassi del deserto mi ha comportato una rotazione innaturale del ginocchio. sbrock. (la foto la sto ancora aspettando. spero almeno sia bella. se sarà così, la pubblicherò, altrimenti, verserò una lacrima in onore delle conseguenze). Che sul momento, vi assicuro, non sono state piacevoli. "per fortuna" mi trovavo nelle vicinanze della tenda da campo della croce rossa, smadonnando al suono di una fanfara di francesi che ancora devo capire perchè si trovavano da quelle parti.


misteri della contaminazione culturale. comunque sia, dopo aver cercato di stiracchiarmi una gamba che non ne voleva sapere mezza di stendersi, i croce rossini mi convogliano da un medico militare, che a suo turno continua le manomissioni. niente. unica soluzione, impacchi di voltaren e riposo assoluto. Dove? sotto la tenda VIP con un festival nel pieno dei suoi accadimenti ad un paio di dune di distanza. e così sia. Sbragato sui cuscini di pelle tuareg riempiti di pagliericcio, becco per tutto caso il nostro Habib Koité impegnato in una video session con la tele maliana. buffo a dirsi, si siede di fronte alla mia tettoia, registrando in playback con l'aiuto della suoneria del telefonino.

Oggi, a distanza di quasi un mese dall'infortunio, che non mi ha comunque fatto desistere di continuare zoppicante le nostre esporazioni africane, mi sono ritrovato nei sotteranei dell'ospedale sant'Orsola di Bologna, per metà infilato nel tunnel spaziale di quell'enorme marcingregno che effetua le risonanze magnetiche. Mentre mi sentivo come la sorpresina di un ovetto kinder nell'atto di essere incaplusato senza neanche allegare le istruzioni, mi pulsava in mente l'immagine della sala operatoria dell'ospedale di Bandiagara, che abbiamo visitato assieme agli amici di Metis. Il contrasto è destabilizzante, come spesso accade. E se non avete presente le dimensioni e le fattezze di una macchina per le risonanze magnetiche, poco male. Fatevi un giro nell'ospedale vicino casa. per quanto riguarda quello di Bandiagara, guardate la manciata di pixel qua sotto. lunga vita alla medicina tradizionale, si direbbe.


martedì 3 febbraio 2009

Yeelen, una questione di luce



Quando si atterra si notte, Bamako dall'alto appare come un'isola disegnata da filamenti luminosi. con il Niger ad attravesarla, sembra una New York dai tetti bassi. il netto contrasto con il nero profondo della brousse che la circonda, la rende promontorio di una terra strappata all'oscurità. in Africa, è la luce il confine, ciò che marca i limiti, tra giorno e notte, tra città e campagna, tra dentro e fuori. nel momento in cui il sole viene risucchiato dalla linea dell'orizzonte, si capisce bene perchè si dice al "cadere" della notte. come una cortina di un denso velluto blu, il buio ricopre cose posti e persone nel tempo di un movimento dello sguardo. se si sta viaggiando in quel momento, l'autista si ferma per pregare al giorno che è finito. ma musulmani o no, tutti scendono per respirare l'aria della sera, che porta gli odori del legno che brucia e della carne che arrostisce. come ha detto bene Chiara, le tenui luci dei carboni accesi e delle lampade ad olio ad illuminare le postazioni dei venditori lungo la strada, creando un'atmosfera avvolgente e calma, danno l'impressione di partecipare ad una specie di presepe vivente.