Caro Arturo,
ti vorrei raccontare di un incontro che ho fatto in un posto molto strano dove sono capitato. Immagina che in questo posto tutto è costruito con il fango, case chiese (moschee piuttosto) e strade. Così che tutto ha lo stesso colore, solo i vestiti delle donne e i denti dei bambini si distinguono. Immagina anche che non ti sto parlando di un piccolo villaggio ma di una vera e propria città, con i suoi quartieri e le vie strette in cui ci si perde facilmente.
Mi ci sono ritrovato un giorno in cui c'era il mercato nella grande piazza centrale e carovane di carretti trainati dagli asini affluivano da tutte le strade, trasportando ogni tipo di oggetto e cose da mangiare. C'era una gran confusione di suoni e di colori e i tanti venditori agitavano le braccia e le teste come in un balletto inventato da loro.
Dopo aver osservato con stupore quel grande viavai come se fossimo al cinema tridimensionale, con Chiara abbiamo deciso di allontanarci da lì per andare ad esplorare altre parti della città, in cerca di un po' di calma. Ben presto, rimanendo con il naso all'insù a guardare la stana architettura degli edifici, per me così semplice ma così affascinante, ci siamo resi conto di aver perso l'orientamento. Schiacciati tra i muri di quel labirinto di stradine, sentivamo soli gli echi del mercato in lontananza. Fu allora che ci accorgemmo che un bambino, grande come te o poco più, ci stava seguendo in silenzio a qualche passo di distanza. Portava una scatola con dei piccoli oggetti da vendere ai turisti, soprattutto giochi costruiti riciclando lattine e ferro. La cosa ci stupì un po', visto che quasi sempre i bambini da queste parti quando incontrano dei bianchi gli si gettano addosso volendoli salutare, stringere loro le mani e chiedere qualcosa in regalo, una monetina, un bonbon o una penna. Lui no, non ci propose neanche di comprargli qualcosa, ci salutò sorridendo e avendo capito la nostra situazione disse: "je vous accompagne, je vous montre ma ville". Ci disse di chiamarsi Baber e così ci affidammo alla sua guida. Ci portò a vedere una casa dove si dipingono i tessuti e salimmo sul tetto per vedere il panorama; poi in una stanza buia dove alla luce di un piccolo fuoco due ragazzi costruivano delle collane ascoltando il rap; poi ancora andammo dove delle donne conservavano maschere statue e oggetti di bronzo molto vecchi... passammo anche davanti casa sua e vedemmo la madre lavare i panni e farci cenno con la mano. Dopo, un po' affaticati per il caldo, ci riposammo sulla sponda del fiume che circonda la città, mangiando bigné appena fritti e osservando la gente che arrivava dai villaggi circostanti, attraversando su barche di legno sospinte da lunghi pali. Baber ci rimase accanto per tutto il tempo, parlando poco ma sempre pronto a rispondere alle nostre domande. Gli chiedemmo cosa avrebbe voluto fare da grande e lui ovviamente ci disse la guida turistica. Quando gli chiedemmo però quanti anni aveva ci rispose che non lo sapeva, che bisognava chiederlo a sua mamma. Allora io pensai se era proprio vero, o se forse ci stava raccontando una piccola bugia. Come fanno a volte tutti i bambini, o no?
Quando ci riportò, alla fine della nostra lunga esplorazione, alla piazza del mercato da dove eravamo partiti, venne il momento di salutarci. Baber avrebbe dovuto cercare di vendere alcuni di quei giochi che si portava appresso, per riportare qualche soldo alla madre prima di sera. poi il giorno dopo, la scuola sarebbe reiniziata dopo le vacanze natalizie, e anche lui si doveva riposare un po'. Gli augurammo di essere un bravo scolaro così come era stato una brava guida con noi.
Quando si viaggia è così, tanto presto si fa amicizia e altrettanto in fretta ci si deve salutare, sperando di rivedersi anche se si sa che sarà difficile. Ma non importa, perché nel ricordo un incontro si può rivivere, regalandoci ancora delle piacevoli sensazioni. E' anche per questo che ti ho voluto raccontare di Baber.
E avrai capito adesso da dove arriva la moto di latta che ti ho riportato..


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