lunedì 23 febbraio 2009

Mali Wallai a Controvento su Radio Città Fujiko, 25 febbraio ore 21



Controvento ospiterà questo mercoledì 25 Mali Wallai!, il blog taccuino degli schizzi di un viaggio fino alle porte del Sahara, per raccontare con parole e suoni l'esperienza del Festival au Désert 2009 e le suggestioni di uno degli angoli di mondo più ricchi musicalmente.

Il Festival au Desert, sicuramente uno degli eventi musicali più remoti e azzardati che si conoscano, si svolge ogni anno tra le dune del deserto del Sahara, nei pressi dell'insediamento tuareg di Essakane, a circa 70 km a nord di Timboctu. Nasce dall'idea di istituzionalizzare in qualche modo l'incontro annuale delle varie comunità tuareg della regione alla fine della stagione nomade, aprendolo ad un pubblico internazionale. Giunto quest'anno alla sua nona edizione, ha già ospitato nel suo anfiteatro naturale nomi importanti della scena pop-rock internazionale, spintisi fino a qui per incontrare il gotha della musica maliana... dal blues del deserto di papà Ali farka Touré alle stratocaster ribelli dei fratelli Tinariwen.

Per arrivare o ripartire da Essakane è impossibile non rimanere ammaliati dalla varietà musicale che si sviluppa lungo il Mali, tra deserto, sahel e fiume Niger, specchio del melting pot di cultura e tradizione dei diversi gruppi etnici che ne compongono la popolazione. Questo breve ma intenso viaggio musicale ne proporrà alcune tracce, contaminazioni e prodotti urbani.


Playlist:

1. Ali Farkà Touré - Radio Mali
2.Tinariwen - Toumast
3.Tartit - live@ Festival au Désert 2009
4.Haira Harby - Amandiath
5.Afel Boucum feat. Abdallah Tinariwen - live@ FaD 2009
6.Vieux Farka Touré - Ma Hine Cocore
7.Kel Assouf - Tamiditine iyaw
8.Bastos Touré - Andounignan
9.L'orchestre National "A" du Mali - Janfa
10.Nahawa Doumbia - Niana
11.Neba Solo - Klema
12.Issa Bagayogo - Diarabi
13.Manjoul feat. Amadou & Miriam - Beki Miri (raggae version)
14.Tata Pound feat. Tiken Jah Fakoli - Delivrance
15.Desert Rebels - Yangogo-Iksenadou


Mercoledì 25 Febbraio dalle 21.00 alle 22.30 a Bologna sui 103.100 FM o in streaming su www.radiocittàfujiko.it

martedì 10 febbraio 2009

Madamoiselle cinq heures et demie

Pour un photographe, un vrai, Djenné est probablement un endroit à adorer, ou détester, tellement la lumière dans les différents moments de la journée fait changer l'atmosphère et avec elle toute l'image qu'on veut reproduire.
Moi, ce jour-là, je voulais capter la grande mosquée lorsqu'elle se revêt des premiers rayons du soleil au petit matin. La veille je demande donc à Chiara à quelle heure selon elle il faut mettre le réveil pour ne pas rater l'aube. "à cinq heures et demie!" et moi: "t'es sure??" et elle: " mais ouais" et moi " tu viendras avec moi?" ... ... " Mm.. non". "D'accord". Un vrai reporter ne doit compter que sur soi-même.

A cinq heures et demie le réveil sonne alors que j'étais un poisson capitaine pris dans une moustiquaire. A peine libéré, je me retrouve debout, appareil photo à la main. Sans allumer la lumière pour ne pas déranger, j'ouvre la porte pour sortir. Dehors, il fait aussi noir qu'à l'intérieur. Il y a juste un point lumineux qui me surprend. il vient du front d'un gamin qui se trouve à quelques mètres devant moi, avec sa torche de spéléologue. Je ferme la porte pour réfléchir. J'ai besoin d'un conseil. "il fait encore nuit"... ... "ah bon? essaie dans une heure alors...". "D'accord", mais je voulais pas devenir une brochette.

A six heures et demie, le ciel n'est plus noir mais d'un beau bleu foncé. le gamin est encore en train de jouer à l'explorateur devant la porte de la chambre (qui donne sur un patio), mais cette fois il y a aussi celui qui doit être son père, tête d'homme d'affaires arabe et gros ventre qui gargouille le manque d'un petit-déjeuner. Un serveur plié à 45 dégrés balaye le sable, bruit de chercheur d'or. Je décide alors de monter sur le toit en me disant que si je ne peux pas prendre de photos je pourrais au moins enregistrer le son d'une ville en banco qui se réveille, avec notre fidèle H4.

Sur une base compacte de cigales, les coqs s'appellent à l'ordre, l'âne du voisin en a marre de sa corde trop serrée, les moutons se demandent le chemin pour arriver au fleuve et le muezzine oublie de changer les piles de son haut-parleur.

En rentrant dans la chambre, l'aube donne l'espoir de bientôt se montrer. Il est presque huit heures et mademoiselle cinq heures et demie, un œil à moité ouvert, décide que le moment est venu de se lever pour venir jouer à la photographe avec moi.







lunedì 9 febbraio 2009

Djenné - Baber




Caro Arturo,

ti vorrei raccontare di un incontro che ho fatto in un posto molto strano dove sono capitato. Immagina che in questo posto tutto è costruito con il fango, case chiese (moschee piuttosto) e strade. Così che tutto ha lo stesso colore, solo i vestiti delle donne e i denti dei bambini si distinguono. Immagina anche che non ti sto parlando di un piccolo villaggio ma di una vera e propria città, con i suoi quartieri e le vie strette in cui ci si perde facilmente.
Mi ci sono ritrovato un giorno in cui c'era il mercato nella grande piazza centrale e carovane di carretti trainati dagli asini affluivano da tutte le strade, trasportando ogni tipo di oggetto e cose da mangiare. C'era una gran confusione di suoni e di colori e i tanti venditori agitavano le braccia e le teste come in un balletto inventato da loro.

Dopo aver osservato con stupore quel grande viavai come se fossimo al cinema tridimensionale, con Chiara abbiamo deciso di allontanarci da lì per andare ad esplorare altre parti della città, in cerca di un po' di calma. Ben presto, rimanendo con il naso all'insù a guardare la stana architettura degli edifici, per me così semplice ma così affascinante, ci siamo resi conto di aver perso l'orientamento. Schiacciati tra i muri di quel labirinto di stradine, sentivamo soli gli echi del mercato in lontananza. Fu allora che ci accorgemmo che un bambino, grande come te o poco più, ci stava seguendo in silenzio a qualche passo di distanza. Portava una scatola con dei piccoli oggetti da vendere ai turisti, soprattutto giochi costruiti riciclando lattine e ferro. La cosa ci stupì un po', visto che quasi sempre i bambini da queste parti quando incontrano dei bianchi gli si gettano addosso volendoli salutare, stringere loro le mani e chiedere qualcosa in regalo, una monetina, un bonbon o una penna. Lui no, non ci propose neanche di comprargli qualcosa, ci salutò sorridendo e avendo capito la nostra situazione disse: "je vous accompagne, je vous montre ma ville". Ci disse di chiamarsi Baber e così ci affidammo alla sua guida. Ci portò a vedere una casa dove si dipingono i tessuti e salimmo sul tetto per vedere il panorama; poi in una stanza buia dove alla luce di un piccolo fuoco due ragazzi costruivano delle collane ascoltando il rap; poi ancora andammo dove delle donne conservavano maschere statue e oggetti di bronzo molto vecchi... passammo anche davanti casa sua e vedemmo la madre lavare i panni e farci cenno con la mano. Dopo, un po' affaticati per il caldo, ci riposammo sulla sponda del fiume che circonda la città, mangiando bigné appena fritti e osservando la gente che arrivava dai villaggi circostanti, attraversando su barche di legno sospinte da lunghi pali. Baber ci rimase accanto per tutto il tempo, parlando poco ma sempre pronto a rispondere alle nostre domande. Gli chiedemmo cosa avrebbe voluto fare da grande e lui ovviamente ci disse la guida turistica. Quando gli chiedemmo però quanti anni aveva ci rispose che non lo sapeva, che bisognava chiederlo a sua mamma. Allora io pensai se era proprio vero, o se forse ci stava raccontando una piccola bugia. Come fanno a volte tutti i bambini, o no?

Quando ci riportò, alla fine della nostra lunga esplorazione, alla piazza del mercato da dove eravamo partiti, venne il momento di salutarci. Baber avrebbe dovuto cercare di vendere alcuni di quei giochi che si portava appresso, per riportare qualche soldo alla madre prima di sera. poi il giorno dopo, la scuola sarebbe reiniziata dopo le vacanze natalizie, e anche lui si doveva riposare un po'. Gli augurammo di essere un bravo scolaro così come era stato una brava guida con noi.

Quando si viaggia è così, tanto presto si fa amicizia e altrettanto in fretta ci si deve salutare, sperando di rivedersi anche se si sa che sarà difficile. Ma non importa, perché nel ricordo un incontro si può rivivere, regalandoci ancora delle piacevoli sensazioni. E' anche per questo che ti ho voluto raccontare di Baber.

E avrai capito adesso da dove arriva la moto di latta che ti ho riportato..




giovedì 5 febbraio 2009

risonanza magnetica - ginocchio sx




Io, al Festival au Désert, ci ho lasciato il menisco. Una foto fu galeotta, un autoscatto in velocità che voleva riprenderci tra i sassi del deserto mi ha comportato una rotazione innaturale del ginocchio. sbrock. (la foto la sto ancora aspettando. spero almeno sia bella. se sarà così, la pubblicherò, altrimenti, verserò una lacrima in onore delle conseguenze). Che sul momento, vi assicuro, non sono state piacevoli. "per fortuna" mi trovavo nelle vicinanze della tenda da campo della croce rossa, smadonnando al suono di una fanfara di francesi che ancora devo capire perchè si trovavano da quelle parti.


misteri della contaminazione culturale. comunque sia, dopo aver cercato di stiracchiarmi una gamba che non ne voleva sapere mezza di stendersi, i croce rossini mi convogliano da un medico militare, che a suo turno continua le manomissioni. niente. unica soluzione, impacchi di voltaren e riposo assoluto. Dove? sotto la tenda VIP con un festival nel pieno dei suoi accadimenti ad un paio di dune di distanza. e così sia. Sbragato sui cuscini di pelle tuareg riempiti di pagliericcio, becco per tutto caso il nostro Habib Koité impegnato in una video session con la tele maliana. buffo a dirsi, si siede di fronte alla mia tettoia, registrando in playback con l'aiuto della suoneria del telefonino.

Oggi, a distanza di quasi un mese dall'infortunio, che non mi ha comunque fatto desistere di continuare zoppicante le nostre esporazioni africane, mi sono ritrovato nei sotteranei dell'ospedale sant'Orsola di Bologna, per metà infilato nel tunnel spaziale di quell'enorme marcingregno che effetua le risonanze magnetiche. Mentre mi sentivo come la sorpresina di un ovetto kinder nell'atto di essere incaplusato senza neanche allegare le istruzioni, mi pulsava in mente l'immagine della sala operatoria dell'ospedale di Bandiagara, che abbiamo visitato assieme agli amici di Metis. Il contrasto è destabilizzante, come spesso accade. E se non avete presente le dimensioni e le fattezze di una macchina per le risonanze magnetiche, poco male. Fatevi un giro nell'ospedale vicino casa. per quanto riguarda quello di Bandiagara, guardate la manciata di pixel qua sotto. lunga vita alla medicina tradizionale, si direbbe.


martedì 3 febbraio 2009

Yeelen, una questione di luce



Quando si atterra si notte, Bamako dall'alto appare come un'isola disegnata da filamenti luminosi. con il Niger ad attravesarla, sembra una New York dai tetti bassi. il netto contrasto con il nero profondo della brousse che la circonda, la rende promontorio di una terra strappata all'oscurità. in Africa, è la luce il confine, ciò che marca i limiti, tra giorno e notte, tra città e campagna, tra dentro e fuori. nel momento in cui il sole viene risucchiato dalla linea dell'orizzonte, si capisce bene perchè si dice al "cadere" della notte. come una cortina di un denso velluto blu, il buio ricopre cose posti e persone nel tempo di un movimento dello sguardo. se si sta viaggiando in quel momento, l'autista si ferma per pregare al giorno che è finito. ma musulmani o no, tutti scendono per respirare l'aria della sera, che porta gli odori del legno che brucia e della carne che arrostisce. come ha detto bene Chiara, le tenui luci dei carboni accesi e delle lampade ad olio ad illuminare le postazioni dei venditori lungo la strada, creando un'atmosfera avvolgente e calma, danno l'impressione di partecipare ad una specie di presepe vivente.


giovedì 29 gennaio 2009

Abdoulaye,


Evoquée dans les derniers mots écrits à partir du Mali, me voilà à Bologne devant mon ordinateur, sans compteurs à qui laisser quelques francs cfa pour vous raconter la rencontre avec Abdoulaye.
Dès notre arrivée à Tombouctou, au milieu de jeunes hommes qui s'empressent de nous entourer et de s'informer sur notre programme, d'offrir visites guidées, chambres moins chères, bracelets pour le festival et bijoux sculptés... l'un d'eux ne s'agite pas, il reste à mes côtés, en silence. Il sourit doucement, et lorsqu'il commence à parler, sa voix est si basse qu'elle éveille ma curiosité. Il murmure, pendant que les autres continuent à parler fort, qu'il vient d'un village au milieu du désert, à 4o jours de chameau de Tombouctou. Il ajoute que depuis quelques années il accompagne son père dans ce long voyage pour transporter le sel qu'ils échangent au marché contre argent, habits, thé et d'autres provisions à rapporter dans leur village, si loin de tout. Il n'oublie pas d'ajouter qu'il a quelques objets d'artisanat à nous montrer, le temps d'un thé. Peu de mots, qui suffisent à sonner plus justes que ceux des autres à mes oreilles.
A travers son approche, je me suis demandée comment et pourquoi certaines personnes nous captivent plus, nous donnent envie d'approfondir les premiers contacts, se détachent des autres et laissent derrière elles un nuage de visages anonymes. Sans chercher de réponse, je crois que c'est lors des voyages que ces rencontres prennent une dimension particulière.
Le temps souvent est déterminé et si on décide de revoir quelqu'un c'est qu'une petite étincelle a surgi, que l'envie de continuer à se promener encore ensemble devance celle de passer son chemin. C'est ce qui s'est passé, ou presque, avec Abdoulaye. Nous l'avons revu, et j'ai l'impression qu'il avait décidé de nous revoir, sans trop attendre de notre part une invitation. Le jour suivant, il est apparu à l'improviste au détour d'une rue à Tombouctou, le jour d'après nous avons découvert qu'il dormait sous la tente en face de notre chambre, puis au festival d'Essakane, sans s'annoncer, sans rendez vous il est sorti des dunes.

Le dernier soir du festival, nous avons bu le thé qu'il nous a offert, regardé pour la deuxième fois les objets qu'il voulait nous vendre et surtout nous avons pris le temps de discuter.
Intrigués par son mode de vie et sa provenance, nous lui avons posé beaucoup plus de questions qu'il ne l'a fait. Ses réponses claires et déterminées m'ont marquée, son envie de pérpétuer la tradition familiale, sans mentir sur ses envies d'aller à l'école, d'apprendre une autre langue, de connaître le monde qu'il découvre à chacune de ses venues en ville.
D'un air posé, il nous a expliqué dans un français qu'il a appris au gré des touristes rencontrés, la condition des femmes de son village, les jeux inventés par les enfants avec les cailloux, le pélerinage en chameau jusquà Tombouctou, guidé par les étoiles et lors des nuits nuageuses, par le goût du sable. Il nous a dit aimer la musique tamashek, celle de chez lui, mais aussi celle de Tiken Jah, il a déclaré apprécier le festival, la rencontre d'étrangers, l'ambiance... Alors quand je lui demande avant de nous lancer à l'écoute des derniers concerts, ce qui lui manque le plus quand il revient dans son village, je m'attends à tout, sauf à la simplicité de sa réponse: la lumière, l'eau.

mercoledì 28 gennaio 2009

verso Essakane




Tutto è pronto per partire ad Essakane. Dopo otto giorni di risalita verso nord per circa 1000 km. di distanza, 70 km di pista sabbiosa ci separano dal sito del festival. il deserto ci aspetta, coi suoi sbalzi di temperatura, ma speriamo non di umore. Timboctu sta fremendo, fuoristrada carichi di toubab (bianchi) si mettono in moto, direzione porte du désert. Le pseudo-guide locali si affannano per trovare gli ultimi clienti da imbarcare, a prezzi notevolmente ridotti, rispetto a quelli di standard europei che si praticano di solito per i turisti. Da queste parti, si capisce velocemente l'importanza di saper contrattare sui prezzi, per qualsiasi cosa. ma per ora, spero di poter dimenticare per qualche giorno le relazioni puramente commerciali, che più di qualche volta mi hanno esasperato.
Aspettiamo Kalil, un tuareg nero (di padre songhai e madre tuareg) sposato con una portoghese che da pochi anni vive a bruxelles ma cresciuto a Timboctu. è il nostro contatto di qui, ed incredibilmente per noi si offre di portarci fino ad Essakane con la sua 4x4 appena recuperata a Dakar senza volere nulla in cambio, considerandoci della famiglia.
Arrivare mi sembrerà davvero una conquista, ma non come quella degli stantii esploratori del continente nero continuamente rievocati da queste parti (che come osserva giustamente Aime, servono a riprodurre una storia dell'Africa secondo un punto di vista occidentale) ma per quelli come noi che fanno dell'incontro culturale (forse solo anche della ricerca dell'incontro) la molla di tanto peregrinaggio morale. Salvifica sia la musica allora. Inshallah.

8 gennaio '09, ore 14

martedì 27 gennaio 2009

corrispondenza




Mali Minori ad Essakane


Conclusione in tono minore per quanto riguarda la partecipazione alla nona edizione del Festival au Désert, svoltasi tra dall’8 al 10 gennaio 2009, come di consueto nel suggestivo scenario delle dune nei pressi del villaggio tuareg di Essakane, nella regione nord di Timboctu. Un’inversione di tendenza mai registrata prima, da quando nel 2001 questo festival nato per iniziativa di un gruppo di Tuareg Kalensar e che sfrutta l’incontro annuale delle diverse comunità tuareg della regione ha iniziato ad attirare la curiosità di un numero sempre maggiore di pubblico internazionale.
A causa un’allerta lanciata all’ultimo momento dalle ambasciate americana e inglese, numerosi gruppi hanno rinunciato a partecipare all’evento e molti arrivati fino anche a Timboctu hanno fatto dietro front. I problemi di sicurezza legati all’instabilità della regione per la presenza di gruppi di ribelli che si suppongono essere legati ad Al Queida, non sono una novità per la regione a nord del Mali, dove di fatto è sconsigliato recarsi. Ma quest’anno, per la prima volta secondo gli organizzatori, si è esplicitamente nominato il festival di Essakane come meta insicura, causando una importante defezione di pubblico. Cio’ nonostante, nessun episodio di criminalità é stato segnalato durante lo svolgimento del festival e molti partecipanti ignoravano I presunti rischi, o ne sono stati informati quando si trovavano già sul posto, dove il clima festivaliero non creava alcuna tensione.
Ad ogni modo, sempre secondo gli organizzatori, la trentina di tour operator che partecipano attivamente alla realizzazione del festival hanno registrato un 60% di cancellazioni. In effetti questo evento, al di là della sua valenza culturale, risulta essere un meccanismo ben rodato per l’ipertrofico mercato del turismo in Mali. Considerando l’inaccessibilità del sito, a 70km di pista sabbiosa da Timboctu, che a sua volta non é collegata a nessuna rete stradale asfaltata, rendersi ad Essakane senza ricorrere ai servizi delle agenzie di viaggio risulta quantomeno complicato. Ciò alimenta l’esotismo di questo evento almeno quanto le tasche degli operatori turistici, che inseriscono la partecipazione ai tre giorni festivalieri nei loro tour organizzati attraverso il paese, facendola figurare tra le mete più classiche come Djenné e il Paese dei Dogon. Pacchetti di questo genere, in media delle durata di una decina di giorni, costano in media duemila euro e sono acquistabili direttamente attraverso il sito del festival, nel quale ovviamente si sconsiglia di rendersi ad Essakane in modo indipendente. Ne consegue che il tipo di pubblico straniero presente sia per la maggior parte più intrigato dal percorso avventuroso per raggiungere Essakane che dalla qualità degli spettacoli. Cio’ nonostante, la proposta musicale di questa edizione non é stata avara di sorprese, tanti sono stati i cambiamenti di programma. Primo fra tutti, il forfait dei Tinariwen, il cui nome é strettamente legato alla nascita del festival e che avrebbero dovuto tenere il concerto di chiusura facendo gli onori di casa. All’ultimo momento, solo un componente del gruppo, il portavoce e chitarrista Abdallâh, si é presentato sul palco portando le scuse dei suoi compagni a suo dire impegnati in una registrazione. Coadiuvato da un altro promettente gruppo di Kidal, i Takoba (che significa spada in lingua tamashek), si é prodotto in un’esibizione del tutto degna dell’ambasciata portata. Altra sorpresa, per la chiusura della prima serata di giovedì, sul palco é salito Salif Keita, per la prima volta tra le dune di Essakane. L’anfitrione albino della musica maliana, é riuscito a scaldare gli animi dei partecipanti nonostante la fredda notte del deserto, avvalendosi della tastiera suonata da Cheikh Tidjan Seck, a suo stesso dire la migliore del Mali. La seconda serata di concerti è ad appannaggio di un altro big del musica maliana, il virtuoso del ‘ngoni Bassekou Kouyate, il cui concerto fiume trascinato dalla voce prorompente della moglie Ami Sacko prolunga le danze fino a tarda notte. Ma é sotto la luna piena della terza e ultima serata e che schiarisce impietosamente un’arena semi vuota che si é assistito al meglio di questa edizione del Festival au Désert. Nonostante la defezione delle annunciate Zap Mama, dopo lo show di Abdallâh sale sul palco l’erede del compianto Ali Farka Touré, il figlio Vieux Farka, che aumenta l’elettrificazione del sound paterno mantenendone intatto lo spirito di commistione e la propulsione ritmica. A seguire, la voce della principessa di Timbuctu, Haira Arby, incanta nel suo incedere spianando la strada verso l’atteso concerto di chiusura di un nuovo progetto capitanato dell’immancabile Habib Koité, un super gruppo maliano chiamato Desert Blues, di cui fanno parte la chitarra blues di Afel Bocoum e le voce femminili dei Tartit, che ad Essakane sono di casa. La festa si conclude celebrando la commistione di stili che scaturisce dalla ben nota ricchezza e varietà della musica maliana, che spazia dallo stile wassoulou dei griot malinké al folklore Songhai per sublimarsi nei canti Tamashek del deserto. Pur infreddoliti, i turbanti che qui tutti portano indistintamente annuiscono soddisfatti, per quello che é stato un evento per pochi intimi, se si escludono le comunità touareg che dall’alto dei loro cammelli osservano lo sfilare rapido dei fuori strada carichi di turisti pronti a mordere la prossima tappa del loro avventuroso viaggio.


Tommaso Zanaica, da Timboctu. 11 gennaio 2009

Linea 38 - circolare periferica



è più difficile tornare che partire. non nello spostamento, ma nel riposizionamento. in Mali, salvo qualche notte passata a Bamako dove il rumore del traffico ha il sopravvento, il passaggio tra notte e giorno veniva scandito in successione auditiva dal gallo (che a dir il vero inizia a vociare quando ancora è notte fonda, forse per paura di perdere il primato), dal muezzin, dalla pecora, dall'asino e dalla donna che pesta il miglio nel mortaio. a Bologna, è la voce registrata dell'autobus, alla sua prima corsa mattutina. - linea 38, circolare periferica- alla fermata davanti casa -ed è subito giorno. circolare periferica... circolare. timbro metallico. certo, anche la cacofonia animalesca alla lunga finisce per dare un po' sui nervi, ed è vero che tra qualche giorno ci cambieranno i vetri alle finestre e magari la voce dell'autobus si attenuerà. intanto, per ritrovarci (ed ignorare le vibrazioni alle finestre) ci raccontiamo per quello che è stata questa nostra discesa a sud dell'equatore, e anche per ciò che implica la risalita. per pezzi, per tesserine, secondo quello che ci siamo riportati indietro. che forse questa circolare periferica, una sua metafora con le nostre vite ce l'avrà..


martedì 13 gennaio 2009

Festival au désert à Essakane



La première chose qui nous accueille après environ 60km de piste sablonneuse qui sépare Tombouctou d'Essakane sont les nombreux chameaux en rangs d’oignons postés à l’entrée du festival, si on peut appeler des dunes de sable, une entrée. Mon regard scrute l’horizon, des tentes s’éparpillent ci et là, des petits feux de bois s'allument, une scène de concert et des baffles apparaissent dans le bas d’une dune. Les essais de sound check parviennent jusqu’à nous, ânes et chameaux se garent à côtés des 4x4 et des camions, le soleil est prêt à se coucher et colorie le ciel du désert en rose orange. Le décor est planté et moi contente de poser le pied sur le sable blanc.
Très vite, je découvre les « caram caram », sortes de boulettes formées de picots qui s’accrochent à tout, peau y compris, et l’envie de dévaler les dunes pieds nus s’en va elle aussi, rapidement.
Les premiers vendeurs ambulants se découvrent à leur tour, ils se succèdent autour de nous ; cigarettes, eau, "american biscits", bonbons, piles, verres de thé, couvertures, chapeaux, bijoux, ganja, la marchandise ne manque pas, et d’un coup le désert n’est plus…il est plein de tout, comme un jour de marché dans un centre ville quelconque du Mali.

Nous allons directement à la tente presse où nous trouvons Philippe, attaché de presse du festival, vêtu de la tête aux pieds comme un touareg, et qui semble un peu dépassé par les évènements. Beaucoup de journalistes à gérer sans doute, un seul programme disponible version papier, un ordinateur potentiel pour tout le festival, peu de moyens pour obtenir des informations fiables et des réponses floues à nos questions. On dirait que ce n’est pas sur lui qu’il faut compter pour faciliter le contact avec l’un ou l’autre artiste. C’est confirmé après le concert de Selif Keita, que nous aimerions rencontrer. Il nous dit en gros de nous débrouiller seuls mais qu’il sera très difficile de réussir à lui parler. Quelques minutes plus tard nous voilà autour d’un petit feu en train de poser des questions à l’inabordable Sélif. Comme quoi mieux vaut suivre ses envies et ne pas écouter ceux qui vous découragent.

Américains, français, italien ? La question, telle une salutation, est le leitmotiv qui nous accueille, poursuit, agace parfois. Du début à la fin du festival les nombreuses approches visent à nous vendre quelque chose et la musique semble parfois passer en deuxième plan.

C'est sûr ce n'est pas tous les jours qu'on danse au son de voix envoûtantes et de guitares blues sur le sable, sous les étoiles et la pleine lune, ...Mais le public cette année est paraît-il moins nombreux, aux dires de l'organisateur du festival. Les mises en garde de nombreuses ambassades qui ont déconseillé de venir jusqu'ici pour des risques d'insécurité en on découragé plusieurs, parfois arrivés jusqu'à Tombouctou et puis ont rebroussé chemin, si près du but. Par contre, les touaregs (appelés ici plutôt tamasheks) venus de divers campements pour se rencontrer et partager des moments de vie autour de la musique sont présents, tout comme les bellas (anciens esclaves des touaregs) et quelques centaines d'américains, français, etc. ont bravé les interdits des chancelleries et se sont aventurés, en général avec leurs tours opérateurs, dans ce festival au cadre pour le moins insolite.

Tous portent le "chech", foulard enroulé autour de la tête, qui parfois ne laisse entrevoir que les yeux, les "blancs" aussi (toubabous) se sont mis au gôut du jour, pour le style et pour se protéger du soleil qui tape fort en pleine journée. Plus les heures passent, plus je vois les toubabous décorés de bijoux touaregs, qu'on nous propose sans arrêt et je ne peux m'empêcher de penser que si ce rendez-vous annuel est né il y a 9 ans d'une envie de se retrouver en musique, aujourd'hui c'est le business qu'on espère faire avec les blancs qui semble prévaloir sur la rencontre en tant que telle.
De tous les gamins qui nous ont abordé, Abdoulaye est le seul avec lequel j'ai senti un échange réel, que bientôt je vous raconterai...
Chiara